Un romanzo autopubblicato che riesce a emergere è la punta brillante ma scheggiata di un cumulo di spazzatura che ha lo stesso odore dell'ego di chi lo ha generato.
In questi sette anni di contatto con la scrittura, e con le dovute proporzioni del mio non-ruolo editoriale, ho stimato che il rapporto di testi validi è di 1 a 10. E questo 1 contiene comunque refusi, strutture da registrare, personaggi da allineare, ecc.
Nel gigantesco cumulo di paccottiglia che è il self-publishing, trovare questi testi (imperfetti) è come entrare bendati nella Library of Congress statunitense, fare dieci giri su se stessi, puntare l'indice e raggiungere il libro che si stava cercando.
In rete, si sta osservando la nascita di siti di self-printing che aggiungono al mero lavoro della rotativa servizi editoriali quali l'editing, la promozione dell'opera, la realizzazione di booktrailer. In pratica, fanno il lavoro di un editore; con la differenza che il rischio e i soldi sono a carico dell'autore.
Non c'è truffa, non c'è raggiro. Si stratta di compravendite di servizi. Il problema si manifesta se si pensa che molti di quei 9 testi (se non tutti) non possono essere accomodati in alcun modo perché quando non hanno strutture narrative desuete sono scritti talmente male che viene da interrogarsi sul futuro della figura del narratore.
Ovviamente, non c'è nessuna pistola puntata alla tempia dei lettori che spendono tre euro per scaricarsi nell'ebook reader un testo del quale spesso non è presente nemmeno un'anteprima.
Quando il mercato è libero bisogna chinare la testa di fronte all'abilità dei singoli ma è doveroso riflettere sul gregarismo dei molti.
Mi chiedo se la combinazione di un prezzo allettante e una trama surgelata possano essere le uniche discriminanti per definire il nuovo concetto di best seller in tempo di autopubblicazioni: cioè senza preoccuparsi della cura insita in un'opera narrativa. E mi riferisco ad Amanda Hocking, naturalmente.
Poiché sono un individuo unico, posso dire la mia senza scombinare i piani della multimilionaria ventisettenne del Minnesota.
Sorvolo sulla boriosa pretesa di etichettare i gusti di coloro che scaricano un libro come Switched e del quale mi sono bastate le prime dieci pagine delle venti dell'anteprima.
Dico: editori blasonati ci hanno venduto anche della paccottiglia, è vero; dunque la presenza di un editore non è di per sé sinonimo di cura. Ma gli editori si possono correggere, istruire, richiamare alla professionalità, scegliere, selezionare.
Gli scrittori no. Gli scrittori sono ego puro.
Mettere sul mercato un libro che, quando l'ha avuta, ha subito la revisione della zia o del fidanzato innamorato, rappresenta la distruzione della professionalità della scrittura.
Non esiste alcun testo al mondo che non necessiti di una revisione.
La revisione può essere acquistata come parte di un servizio editoriale, ma come faccio a sapere che l'azienda di editing non raccolga anche la poltiglia pur di vendere la propria prestazione?
Io, lettore, come posso essere garantito circa quello che acquisto?
Dietro quel libro, cosa c'è? Una scrivania e un portatile. E poi?
Sì, è bello. È molto moderno. È molto liberale; però il monte di melma stantia e sgrammaticata sarà così alto e gigantesco e puzzolente che i rari fiori profumati, lassù, in cima, saranno irrespirabili e invisibili; e comunque avranno petali sporchi.
Troveranno comunque degli acquirenti perché costeranno poco, e attireranno i cercatori di rifiuti, i collezionisti di paccottiglia, i filosofi di un "tanto al chilo".
La libertà di narrare farà coppia con l'appiattimento del senso critico. Vivranno in una casa con la muffa alle pareti e avranno come centrotavola un vaso di fiori sempre freschi, freschissimi. Ma coi petali sporchi.
