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Illustrazione di Davide Lorenzon |
Il muro di recinzione scrostato è lungo quattrocentodiciotto metri, alto due e mezzo, circa, e un tempo mi pare avesse per offendicula dei cocci di vetro, che quel giorno brillavano a turno sotto il sole della controra mentre camminavo nell'estate.
Quattrocentodiciotto metri non sono molti, ma la monotonia può cambiare le proporzioni di una vita come di un paesaggio. Quindi, dopo aver svoltato l'angolo, il muro di recinzione dell'ex ippodromo partiva alla mia destra come un fascio di calcestruzzo bollente che nel punto più lontano pungeva l'orizzonte di palazzi che già sapevano di periferia. Lo accompagnava alla mia sinistra la lingua di asfalto grigia maculata di buche. Gli alberi sul marciapiede, a intervalli di sei metri, o erano tronchi seccati dall'arsura o fantasmi dentro aiuole quadrate vuote.
Mi trovavo nell'angolo di una specie di lunghissimo parallelepipedo aperto e disabitato in cui camminavo per raggiungerti.
Il cielo non dava scampo alla ricerca di una dimensione perché stava lassù; aveva un azzurro così vasto che era impossibile misurare la grandezza delle nuvole pugliesi, immense quando vengono soffiate dallo scirocco come fossero vetro fuso.
Dunque, mentre camminavo per raggiungerti, io ero piccolo anche da adulto. Non so se scelsi quella strada per avere questa sensazione e prepararmi al tuo incontro.
Quella era la via delle auto, quei percorsi che a un certo punto sganciano i marciapiedi e costringono gli uomini a camminare su autostrade d'erba o rasenti a enormi sottopassaggi disegnati da spray di bombolette e di smog. Tutto era più grande di me, mentre andavo. Anche gli odori. Quando attraversai il cancello nero, mi slabbrarono le narici profumi di cemento, di terra, di petali e clorofilla; quest'ultima era così forte che sembrava canfora strofinata sul petto, impossibile da non respirare.
Anche il gelo della cripta era una distesa artica, e pure la tua foto, nonno, quando finalmente ti raggiunsi, aveva questa corona dorata fatta con i tesori di tutta El Dorado.
Il mondo era gigantesco.
Perché tu lo eri stato, nonno, e anche da morto costringevi l'esistenza alla tua grandezza.
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In Busta Chiusa n. 7 un progetto di Cartaresistente
Lettera G di Sergio Donato
Illustrazioni di Davide Lorenzon
I nonni sono preziosi. El Dorado è il loro Paradiso
RispondiEliminaGrazie, Cinzia.
EliminaImpossibile non commuoversi.
RispondiEliminaSempre empatica, Pendolante. Grazie.
Elimina... A te
EliminaGigantesco è il ricordo di un nonno che ha saputo amare. Gigantesco l’amore che resta anche dopo la morte.
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