La lingua
Internet è un
porto di mare.
Scarico e carico
merci, compravendite, bettole, risse, mozzi, ricchi viaggiatori, panfili,
barcacce.
C'è di tutto, e
s'incrociano tante lingue.
Internet ha
fatto sì che questi canali di comunicazione si sovrapponessero in un solo
istante trasformandoli in un vociare miscellaneo.
La lingua è il frutto dell'evoluzione di una civiltà. È giusto
considerare la scuola siciliana di Federico II da cui ha iniziato a germogliare
la lingua della nostra penisola, ma è anche fondamentale osservare come il volgare ci abbia consegnato l'italiano
che conosciamo.
Internet, che è
il più grande acceleratore sociale di tutti i tempi, ha solo modificato la
velocità con quale evolve la lingua confinando in un tempo ridotto un mare di
impulsi lessicali.
La lotta contro
le "k" che sostituiscono il "ch", per esempio, è fine a se
stessa. Se l'onda evolutiva sarà così alta e potente da frangersi sulla riva
travolgendo i palazzi degli accademici azzimati, questi saranno spazzati via.
La mia non è una difesa delle "k, ma è la lucida constatazione di una
civiltà che modifica il proprio modo di scrivere. Il concetto che voglio sottolineare con forza è che non è possibile
proporre un metodo di scrittura senza che questo sia stato assorbito dalla
comunità che fa parte della lingua che si sta modificando. Non è possibile
decidere di sostituire improvvisamente la parola "gioco" con
"joco", o "scheggia" con "skejja"; non senza che
questi cambiamenti siano stati percepiti dagli utilizzatori della lingua.
L'estrema
libertà concessa da internet ha prodotto una boria altrettanto emancipata
secondo la quale "io sono, quindi scrivo", senza curarsi di come si
sta veicolando il messaggio.
La comunicazione
ha degli elementi che sono imprescindibili da qualsiasi esperienza evolutiva, e
sono: l'emittente, il ricevente, Il messaggio, il referente,
il codice e il canale.
Fatto salvo che
tutti questi elementi, per poter avere una comunicazione ottimale, debbano
essere ben distinguibili, il codice è il componente più delicato.
Ha bisogno di
regole; di istruzioni per poter essere codificato e decodificato.
Il codice dello scrittore è la scrittura.
Che scriva per
diletto o per soldi, se vuole raggiungere un pubblico che non sia egli stesso,
lo scrittore deve mettersi in testa che per dire quello che vuole e quando
vuole deve rispettare dei codici di comunicazione generalmente riconosciuti.
Nel momento in cui il testo lascia il cassetto di
una scrivania per essere dato in pasto a un lettore esterno, bisogna essere
certi che sia ben codificato, quindi: scritto per un pubblico che possa capirlo.
Non sto
affermando di imbrigliare le scelte artistiche di un autore nel nome
dell'asservimento a un cliché, sto dicendo che un aspirante scrittore per prima
cosa deve smettere di avere la puzza sotto il naso.
La superbia
Per esperienza
diretta, otto aspiranti scrittori su dieci sono superbi. È un valore statistico
attendibile.
Dando per
scontato che la critica sia costruttiva e che non contenga offese, gli aspiranti scrittori masticano amaro
quando qualcuno fa notare loro che il testo prodotto non è granché. Si
profondono in ringraziamenti perché "comunque la critica aiuta a
migliorarsi" ma, dentro, il livore c'è. Tutti gli scrittori, non solo gli aspiranti, sono innamorati di quello
che scrivono; e anche un lavoro che sanno essere riuscito male, ha sempre
una difesa d'ufficio più o meno velata.
È giusto.
Bisogna credere in quello che si fa, ma come diceva qualcuno prima di me: est modus in rebus – c'è una giusta misura nella cose.
La saccenteria è
accelerata da internet in cui la facile possibilità di proporsi fa sì che debba
anche essere facile scrivere.
Il mezzo non
sempre fa il pilota.
Il talento e la tecnica
Se tratteggio
una casetta su un foglio compio la stessa azione di Giotto: disegno. Con una
bella differenza, però.
Molti aspiranti scrittori sono convinti che l'avere
terminato le scuole dell'obbligo consegni loro la patente da narratore, saltando a piè
pari quello che invece appare scontato per le altre arti: lo studio.
Non si capisce perché se per poter suonare un
violino sono necessari anni d'impegno, per scrivere narrativa è sufficiente
avere un computer portatile.
Talento e
tecnica.
Parlando ancora
per esempi, l'atleta giamaicano Usain
Bolt ha ricevuto dalla natura doti immense e particolari, ma per poter correre i
cento metri piani in nove secondi e cinquantotto centesimi ha sostenuto
allenamenti, diete e preparazioni fisioterapiche. Per poter essere un
atleta professionista, dedica parte della vita a migliorare le proprie capacità
naturali.
Per uno
scrittore non cambia nulla.
L'aspirante deve
sorridere ricordando l'otto che prendeva al tema d'Italiano e usarlo come base
di partenza, non come punto di arrivo.
Perché "aspirante" e non
"esordiente"?
Questa risposta
è semplice.
Lo scrittore appena nato, cioè quello che si accorge
di avere del talento e si ingegna per affinarlo, aspira a diventare qualcosa di più, ma non ha ancora prodotto
niente
o, se ha pubblicato qualcosa, la sua presenza nel mondo editoriale è confinata
a qualche antologia o a qualche premio letterario.
Lo scrittore esordiente è chi ha già alle spalle
almeno una pubblicazione importante anche con una casa editrice media, cioè
chi comincia a far drizzare le orecchie degli editori e dei lettori.
Se qualcuno,
leggendo queste ultime parti, volesse tornare al concetto dello scrivere per diletto per difenderne la
natura artistica, non potrei che rimandarlo alla prima parte di questo scritto
che mi preme ripetere: tu, aspirante
scrittore, non devi per forza vendere il tuo stile al marketing editoriale ma
devi sapere che lì fuori c'è un pubblico, (a parte i parenti e gli amici:
rifuggi da essi!) che deve capirti, che deve assimilare quello che scrivi. C'è tempo per la superbia, e forse più
avanti è anche necessaria.
Adesso, serve umiltà.

Come darti torto, caro Sergio. La curva qualitativa del tuo lavoro di narratore dimostra quanto la serietà e la lucidità diano eccellenti risultati.
RispondiEliminaGrazie, Fà.
RispondiEliminaCredo profondamente nell'umiltà, che è davvero un valore quando è riconosciuta da tutti, altrimenti è scambiata per inerzia. L'umiltà permette anche di trasformare, col tempo, le proprie parole in esperienza e non in boria.
Io dispenso consigli sapendo di avere ancora tanto da fare. Tantissimo. Ma non posso fare a meno di condividere quello che già so e che può aiutare gli altri, così come ha aiutato me.