mercoledì 28 marzo 2012

Byebyebook. Byebyelettore?


Il 24 marzo ho seguito una piccola parte di Byebyebook. Mi interessavano gli interventi di Sergio Covelli e Stefano Tura perché si concentravano sul selfpublishing: dalla realizzazione alla qualità. L'audio della diretta video era purtroppo pessimo e ho cercato di ricostruire ciò che (non) ho ascoltato usando i tweet e le slide di presentazione.
Byebyebook mi ha fornito le risposte che già potevo intuire e ha lasciato appesi alcuni dubbi. In Italia il selfpublishing sta muovendo i primi passi nella sua accezione manageriale all'interno del nuovo mondo social, dunque non mi aspettavo soluzioni definitive. Anzi, avrei storto il naso se qualcuno avesse pontificato su meccanismi sicuri per costruire la perfetta figura del selfwriter. Mi ha deluso invece la totale assenza della figura del lettore, che ha cementato l'idea del selfpublishing che mi sono fatto.
Gli interventi sono stati autorecentrici e non hanno spiegato come consegnare al lettore gli strumenti necessari per decifrare la qualità di un testo selpublished di narrativa. Sottolineo la parola narrativa, perché per il momento voglio lasciare fuori la manualistica autopubblicata: primo, perché non ne so abbastanza; secondo, perché se provo a pensare di saperne, potrei credere che, in proporzione percentuale, la scrittura di un manuale tecnico arrivi dopo un percorso di studi. La narrativa no. Chiunque abbia imparato a tenere la penna tra le dita e a scrivere all'interno del rigo è un potenziale selfpublisher di narrativa.
All'idea, mi tremano le vene e i polsi.
Immagino un'orda di autopubblicanti in movimento. Soldati scelti che s'insinuano nei gruppi sociali mettendo in pratica tecniche virali di guerriglia marketing. Nuovi ronin della letteratura senza più un signore o una sede fissa che seguono una ventura errante.
Non sarò io a cercare loro, saranno loro a cercare me.
Mi sta bene. Sono pronto. Ma devo avere nuove armi di difesa. Qualcosa che mi permetta di selezionare i soldati buoni che possono finire sull'attenti sui miei scaffali digitali dai cattivi, quali si rivelano i boriosi narcisi scacciati dal loro daimyo o usciti da un mercenarismo fatto in casa.
Il selfpublishing deve avere ancora più garanzie dell'editoria, perché il filtro è assente.
I nuovi autori si serviranno di professionisti per l'editing e il copyediting? Bene. Voglio che ci mettano la faccia. Voglio che questi signori mi garantiscano per una qualità basale. Non pretendo una tutela sul gusto o sui piccoli refusi: non può darla alcuno. Nemmeno l'editoria. Esigo, da lettore, che un testo possa essere considerato libro. Dal Byebyebook si è capito che saranno gli scrittori a proporsi, ma io devo poterli riconoscere. Non posso avere il tempo di sfogliarli tutti per verificare cosa contiene ciò che mi viene offerto, perché, voglio ricordare, lì in mezzo può esserci la nuova Virgina Woolf come pure mio nonno, che costruiva palazzi bellissimi; ma non sapeva scrivere.


(foto: STACY Abigail)

2 commenti:

  1. Dannatamente d'accordo. Sarebbe semplicemente da ciechi opporsi al self-publishing come se fosse l'inferno o la fine della letteratura. Né è tanto più "saggio" ritenere che l'editoria odierna costituisca il garante adamantino della qualità del pubblicato.
    Però questa garanzia va cercata comunque, dev'essere un'esigenza senza la quale il lettore non si muove, un po' la pistola d'ordinanza se vogliamo. Che sancisca, come dici tu, la differenza tra un testo e un libro.

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    1. Già. A distanza di mesi la penso ancora così. Vediamo cosa offrirà il futuro.

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